L'uomo e il divino
Filosofia a Bassano

Filosofia


La presente sezione è stata curata dagli studenti della classe 5^A del liceo "T. L. Caro" di Cittadella. Si compone di due diverse parti, nella prima si trovano delle composizioni brevi svolte a partire dalla dispensa e da altri materiali utilizzati in classe; la seconda, denominata a ruota libera, è una sequenza di riflessioni riguardanti il rapporto tra l'uomo e il divino a muovere da citazioni di vari autori, fra i quali Russell, Einstein ed altri.


L'uomo e il divino

A ruota libera

 

L'uomo e il divino

“C’è solo una prova della verità del Cristianesimo e giustamente è quella patologica: quando l’angoscia del peccato e la coscienza affannata tormentano un uomo fino a costringerlo a oltrepassare la linea sottile tra disperazione che conduce alla pazzia e il Cristianesimo. Qui sta il Cristianesimo.” (S. Kierkegaard, Aforismi e pensieri)
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Dio ha creato l’uomo, o l’uomo ha creato Dio?

Quale sia la vera natura del rapporto tra l’uomo e il divino è uno degli interrogativi che maggiormente ha tormentato l’umanità nel corso della sua storia. Ogni popolo di questa Terra si è “costruito” simbolicamente un proprio ideale nel quale identificare una possibile entità trascendente in cui credere e alla quale affidarsi pienamente.
Che questa realtà divina esista o meno resta un mistero, dal momento che non si può dimostrarne (e forse neanche comprenderne)  razionalmente l’esistenza. Resta il fatto che le diverse religioni sono state (e lo sono ancora oggi) la causa di innumerevoli guerre: questo conferma l’importanza che l’uomo attribuisce alla religione, e quindi a Dio. Basti pensare anche a tutte le diverse forme di sacrificio verso le divinità, le istituzioni religiose, gli ordini religiosi, ecc.
Dunque, è Dio ad aver creato l’uomo oppure è l’uomo ad aver creato Dio? Per quanto mi riguarda, l’unico modo per darsi una risposta è avere la consapevolezza di possedere la fede oppure di non possederla: nel primo caso si ha la certezza che Dio esiste, nel secondo si ha la certezza che non esiste. Se si è nel dubbio, a mio parere, conviene agire nel miglior modo possibile, ricercando la felicità, come se qualcuno ci dovesse giudicare (e quindi mantenendo il buon senso), senza fare sacrifici inutili dal punto di vista razionale e terreno.
Come afferma Kierkegaard, concordo sul fatto che il fondamento della religione (in questo caso, del Cristianesimo) sia l’abbandono totale dell’uomo a un “Qualcosa” di superiore per trovare spiegazione e consolazione alla realtà terrena; e credo, come lui, che l’unico modo per crederci sia l’avere fede e nient’altro: si può non condividere ciò che l’uomo attribuisce con presunzione al “suo” Dio, il modo in cui simbolicamente lo rappresenta, il fatto che esistano più divinità invece che una sola… La vera fede, secondo me, va oltre a tutto questo. All’uomo non è dato comprendere la natura di Dio e deve accontentarsi di lodarlo, se ci crede, secondo i parametri della religione a cui appartiene, con la consapevolezza che del vero Dio non si conosce quasi nulla.
A questo proposito, trovo opportuno cedere la parola a Enzo Bianchi: “Anzitutto va detto che parlare della fede non significa parlare di Dio. La fede è atto umano, umanissimo, che suppone una determinata comprensione di Dio, delle immagini del Dio a cui ci si affida.(…) Dio non è circoscrivibile dai nostri concetti (…) Che a volte la fede cristiana sia stata o venga colta come ‘rassicurante’ oppure sia stata o venga vissuta come riserva di certezze o come ‘assicurazione’, fino al punto da esser declinata come arroganza, pretesa e perfino come violenza, questo non toglie che la sua configurazione autentica, che trova nella fede in Gesù stesso il suo paradigma e il suo fondamento, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca”. La fede è un rischio.

 

                                                                                                                  Claudia Vilnai

 

Dio, necessità del mondo

Apprestarsi a scrivere, come già si può evincere dal titolo, sulle tematiche riguardanti il rapporto tra l’uomo e il divino significa inoltrarsi in un terreno rischioso. Un rischio ormai non più (fortunatamente) materiale, bensì interiore, perché esso si configura come l’incontro-scontro tra la propria formazione giovanile (che per tutti, è cattolica) e l’educazione culturale di stampo prettamente scientifico.Dio un tema sul quale sono state spese tante, forse troppe pagine di letteratura, un tema sul quale mai si giungerà ad una conclusione definitiva.
Kierkegaard, nella sua opera filosofica pone come punto centrale il totale e definitivo superamento della ragione da parte della fede. Da qui il necessario annullamento della prima nell’apprestarsi al confronto con il divino. Un confronto, secondo il filosofo, necessario per la natura stessa dell’uomo, perché esso si configura come l’unica risposta alla riflessione dell’uomo, sull’uomo stesso, alla meditazione dell’uomo sull’imprescindibilità della scelta. Quindi Dio, per Kierkegaard, si configura come necessità assoluta per l’uomo e per il mondo.Un risultato filosofico-teologico, per quanto opinabile possa essere il percorso, comune a tutte le riflessioni religiose sul tema del divino. Volutamente tralasciati i pretesi giustificazionismi della teologia nella storia che ripercorrono a questa conclusione, si può compiere un’ampia riflessione su questo punto fondamentale della teologia cristiana.
Dio ente necessario?L’uomo per sua natura ha sempre cercato e trovato (o nel mondo stesso, o nel trascendente) una giustificazione di sé o del mondo; perché l’uomo non può o non è in grado di accettare la possibilità d’essere frutto dell’insensatezza, del caso, e quindi derivare dall’incontro casuale di qualche particella organica e della sua successiva (e ancor di più casuale) evoluzione. Il timore che la vita possa non avere un senso è uno spettro che aleggia tra le menti e le riflessioni di tutti gli uomini: è questa l’angoscia che spinge l’uomo a creare nel divino il senso stesso della propria esistenza. Dinanzi all’unica certezza della propria vita, l’uomo fonda un nuovo monumento, un nuovo castello di (presunte) certezze sulle quali fondare un organico significato alla propria esistenza. Non è quindi l’angoscia della scelta, “la vertigine della libertà” che spinge l’uomo a Dio, ma è l’angoscia della non-scelta di fronte alla morte che incalza l’uomo stesso a cercare, a costruire, in Dio la possibilità della scelta di fronte la morte.
Dio è ancora necessità del mondo di fronte all’inspiegabile, all’inconoscibile, di fronte a ciò che la scienza non è in grado di spiegare. Si può comprendere come, anche di fronte a questo, l’uomo tenda ad assumere Dio, in un atteggiamento giustificazionista. È sì vero che la scienza ammette la propria incapacità di spiegare alcuni fenomeni, quali i miracoli, ma del resto ciò non significa che non sarà in grado di farlo un domani, ed ancor di meno perché si deve assumere un Dio atto a giustificare questi miracoli (o presunti tali)? Questo tipo di affidamento al divino del resto è riduttivo rispetto agli infiniti attributi positivi per i quali Dio dovrebbe caratterizzarsi: se la fede si fondasse su queste presunte prove tangibili essa perderebbe della sua caratteristica fondante, ossia una fiducia totale in Dio a prescindere, e presupponendo un sostanziale annullamento della religione. Quindi nel richiamare al divino la spiegazione dell’inspiegabilità dei miracoli configurerebbe la religione unicamente come uno strumento di comodo, pronto all’uso in caso di necessità.
Il problema sostanziale è l’atteggiamento strutturale dell’uomo e della società da lui creata; infatti, l’uomo ha la presunzione di cercare Dio e la necessità del divino unicamente quando esso si possa costituire come una strada che permetta di aggirare le problematiche legate alla necessaria incapacità dell’uomo di riuscire a comprendere ogni cosa. Del resto l’uomo stesso, e si evince dalla storia, non è mai stato in grado di accettare la propria condizione in quanto tale, i propri limiti, ed ha sempre cercato di superarli: di fronte all’impossibilità cronica di superarli, l’uomo cerca in Dio le risposte alle sue domande.
Infine un’ultima analisi può essere fatta riguardo all’attribuzione della necessità tra le proprietà del divino: “Dio essendo l’essere perfetto, possiede tutte le proprietà positive attribuibili.Allora gode anche della proprietà della necessità assoluta”. Evidente è la fallacia in questo ragionamento (che richiama la prova ontologica di sant’Anselmo): i presupposti da cui si parte sono errati.La pensabilità di un ente siffatto non implica l’esistenza di un tal ente con tale proprietà, e nemmeno la sua identificazione con Dio.
In conclusione si può comprendere come Dio si configuri come una necessita sociale rispetto all’esistenza umana unicamente per merito e colpa dell’uomo stesso, che cerca le risposte all’inconoscibile, postulando un altro In conoscibile e spostando il problema da se stessi, dalla propria individualità ad un ente trascendente.Si configura come la ricerca disperata di chi vuole cercare una scappatoia rispetto alla propria tragica, inutile, fragile esistenza.
Pierpaolo Toniato

 

Fede e ragione:opinioni simili ed opposte in tempi diversi

 

Il rapporto uomo-divino è un tema che venne affrontato dai filosofi di tutti i tempi e che ritroviamo esposto con ugual intensità negli scritti dei filosofi del nostro secolo quali Enzo Bianchi, Richard Dawkins, il cardinale Ratzinger e molti altri filosofi di oggi. La questione religiosa in particolare e la questione politica più raramente furono delle costanti nelle opere dei filosofi: pensiamo a Feuerbach, a Marx, a Kierkegaard e ad Hegel.
Kierkegaard ad esempio in Timore e Tremore e ne La Ripresa affronta il problema del divino richiamando alla memoria due figure bibliche: Abramo e Giobbe. Egli identifica il Cristianesimo con l’oltrepassamento della disperazione e dell’angoscia grazie alla fede, quella fede che diventa un paradosso “capace di trasformare un delitto in atto santo” (S. Kierkegaard, timore e tremore) . La fede, secondo il filosofo, inizia laddove la ragione finisce, perciò sembra quasi che il tema si allarghi in un conflitto religione-filosofia. La ragione non può comprendere la fede, tanto che lo stesso Abramo non poteva comprendere l’ordine divino ma lo accettò attraverso un cammino di solitudine e di silenzio. Kierkegaard è convinto che soltanto accettando lo scandalo della fede e gli assurdi ordini divini sia possibile raggiungere la felicità ed sia possibile riconoscere in Dio la vera salvezza. Il filosofo afferma: “ C’è solo una prova della verità del Cristianesimo e giustamente è quella patologica: quando l’angoscia del peccato e la coscienza affannata tormentano un uomo fino a costringerlo a oltrepassare la linea sottile tra disperazione che conduce alla pazzia e il Cristianesimo. Qui sta il Cristianesimo.” ritiene il problema del diventare cristiani come un problema che ogni singolo deve assumere su di sé poiché l’adesione alla fede deve essere personale, deve essere una scelta libera. Diventare cristiani non è né una questione di conquista storica, né di disquisizione filologica, né di dimostrazione filosofica. Come Pascal nei Pensieri, Kierkegaard invoca non il Dio dei filosofi ma il Dio di Abramo, il Dio del cuore e non della ragione poiché entrambi i filosofi ammettono il superamento della filosofia da parte della religione, il superamento del sapere da parte del credere.
Il concetto di fede di Kierkegaard può essere paragonato alla visione della fede di Enzo Bianchi, egli infatti scrive: “Anzitutto va detto che parlare della fede non significa parlare di Dio. La fede è atto umano, umanissimo, che suppone una determinata comprensione di Dio, delle immagini del Dio a cui ci si affida. Altro è Dio, altra è la fede in Dio.” (E. Bianchi, la fede è un rischio). Anche secondo Kierkegaard la fede è un atto umano, non è aderire semplicemente ad una religione ma è compiere una scelta personale. La fede permette all’uomo di elevarsi dallo stadio etico a quello religioso e grazie a questa egli può accettare l’ordine divino. La fede non è Dio, è la scelta di affidarsi ad esso e presuppone come dice Bianchi una conoscenza di Dio, essa è la totale rinuncia della ragione, è intraprendere un cammino di silenzio e solitudine come Abramo. Se per Kierkegaard esiste una netta separazione tra filosofia e religione, tra fede e ragione, anche Bianchi è convinto di questo, definendo la fede un rischio: “è indubbio che la fede suscita una sicurezza, una certezza, ma questa non è dello stesso ordine della sicurezza razionale o filosofica: mai si tratterà di una sicurezza acquisita a partire da se stessi o alterne dei propri ragionamenti, ma di una fiducia che si pone in un altro da se anzi, nella sua promessa.” (E. Bianchi, la fede è un rischio)
Anche Richard Dawkins affronta, in maniera diversa però da Kierkegaard, il problema fede-ragione focalizzandolo nel conflitto tra creazionismo-scienza. Dawkins accusa i Creazionisti di far colmare le lacune della scienza con Dio: “ Nei casi in cui mancano dati o non vi è ancora una comprensione adeguata, ricorrono automaticamente all’intervento di Dio.” (R. Dawkins, il culto delle lacune, capitolo IV, 127-37). Ciò che è irriducibilmente complesso è frutto di un progetto divino senza giustificare, spiegare o ampliare il discorso. Jerry Coyne come Dawkins afferma: “ Non arriviamo da nessuna parte dando alla nostra ignoranza il nome di Dio.” (Il genetista americano jerry Coyne nella recensione al libro di Micheal Behe, Darwin’s Black Box).
Il rapporto fede-logos viene analizzato anche dal cardinale Ratzinger, il quale però assume una posizione opposta a quella di Kierkegaard. Il cardinale ritiene il Cristianesimo religio vera, cioè la religione della verità e considera la filosofia uno strumento necessario per conoscere tale verità (J. Ratzinger, quid est veritas?) . Egli afferma: “La fede cristiana non si basa sulla poesia e la politica, queste due grandi fonti della religione; si basa sulla conoscenza.” (J. Ratzinger, la verità cattolica). Secondo il cardinale nel Cristianesimo la razionalità è divenuta religione e non il suo avversario: la morale, l’amore e il logos coincidono nella religio vera. Questa sintesi vita, fede e ragione non convinse alcuni filosofi del passato, ad esempio Descartes, Spinosa e Kant che vengono citati dal cardinale stesso. Nel discorso di Ratisbona, Ratzinger esplicitamente dice: “Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno d’amore in nostro favore”. Dio quindi è logos, dove logos significa insieme ragione e parola.
La concezione di Bruno Forte del dolore si avvicina concettualmente alla considerazione dell’angoscia da parte di Kierkegaard: “ Se non ci fossero tante avvisaglie della lacerazione suprema, non esisterebbe il pensiero, non nascerebbero le domande sul senso della vita e della storia. Il pensiero è figlio del dolore.” (B. Forte, o Dio o il nulla?). Questa citazione di Forte assomiglia a questa affermazione di Kierkegaard: “L’angoscia è la possibilità della libertà; soltanto quest’angoscia ha, mediante la fede, la capacità di formare assolutamente, il quanto deve distruggere tutte le finitezze scoprendo tutte le loro illusioni.” (S. Kierkegaard, il concetto di angoscia). Sia il dolore da una parte, sia l’angoscia dall’altra sono fonte di pensiero, di interrogazione e di libera scelta.
Infine, per quanto riguarda coloro che non credono nel rapporto uomo-dio ritroviamo Feuerbach, Marx e Schopenhauer. I primi due ammettono un radicale superamento della religione da parte della filosofia: “l’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo.” (K. Marx, la questione ebraica).
Feuerbach ritiene la religione una forma di alienazione: Dio è incarnazione delle caratteristiche positive dell’uomo, tanto che parlare di Dio è parlare di noi stessi ed il mistero della religione è l’antropologia. Marx invece considera la religione come creazione dei rapporti sociali in cui ogni singolo è collocato ed è frutto di una comunità oppressa dalla società capitalistica. La religione perciò è il sospiro della creatura oppressa ed è l’oppio dei popoli.
La filosofia in entrambi i casi è terapia: nel primo è terapia della coscienza individuale, nel secondo è terapia sociale, che rovescia quella società borghese che causa l’alienazione del proletariato. Per  Schopenhauer, invece, la religione è giustificazione: l’uomo cerca di giustificare la propria volontà di vita, quell’innato impulso di vivere ed esistere di tutto l’universo, per questo egli non ammette l’esistenza di Dio, l’unico assoluto per il filosofo è la Volontà di vita.

Magrin Luisa

 

La religione come libera scelta

 

 Kierkegaard guarda al Cristianesimo attraverso una connotazione decisamente negativa dominata dall’angoscia del peccato e dalla consapevolezza di essere condannati a compiere delle scelte. Egli definisce la libertà come una “vertigine”, un sentimento di angoscia e di incertezza causato dalla possibilità della libertà.
Ma come si può paragonare la libertà, che di per sé è una condizione positiva, ad un sentimento di vertigine, e quindi di paura? Agli occhi di Kierkegaard essere Cristiani significa proprio trovarsi in questa condizione. Ma a mio avviso la sua posizione è fin troppo categorica. Egli considera il libero arbitrio come fondamento della fede, e questo è condiviso da tutti i fedeli, ma radicalizza fin troppo questo presupposto. Egli costruisce il suo sistema filosofico (anche se dire “sistema” parlando di Kieskegaard è decisamente inappropriato) attorno ad una sola categoria, l’aut-aut.
Se Kierkegaard non identificasse l’aut-aut come una condanna alla scelta, ma la considerasse più semplicemente una libertà, una possibilità connotata positivamente che l’uomo ha di decidere in favore di un’alternativa piuttosto di un’altra, risulterebbe più facile trovarsi d’accordo con la sua posizione. La sua filosofia risulta poco convincente per un Cristiano perché secondo il suo pensiero la fede non è da considerarsi come adesione ad una religione attraverso tutti i riti e i dogmi che essa impone, viene vista piuttosto come una libera scelta e la cosa fondamentale è la consapevolezza di questa condizione. La fede è considerata l’unico modo per sfuggire l’angoscia e l’unica possibilità che l’uomo ha per accedere alla redenzione.
La parte più convincente del pensiero di Kierkegaard è quella in cui sostiene che il Cristiano non può essere tale per il contesto sociale in cui vive, né perché è erudito, né tanto meno perché sa fornire una spiegazione razionale della fede.
Quest’ ultima parte del suo pensiero, quella che esprime le difficoltà del Cristianesimo, è a mio avviso la più convincete. Egli stesso afferma: “ Quando il cristianesimo entrò nel mondo, oppure quando fu introdotto in terra pagana era difficile diventare cristiani, né ci si preoccupava di comprendere il cristianesimo. Attualmente noi abbiamo raggiunto questa parodia, che diventare cristiani si riduce a un bel nulla, ma è un compito grave e difficile comprendere il cristianesimo! Così tutto è capovolto, e il cristianesimo è trasformato in una specie di sistema filosofico dove la difficoltà più ardua consiste nel comprendere, quando invece il cristianesimo si rapporta essenzialmente all’esistenza, e la cosa più difficile è diventare cristiani.”
Con questa affermazione Kierkegaard vuole criticare il Cristianesimo del suo tempo, guidato da una chiesa ipocrita oltre che corrotta, che è diventato nel corso dei secoli una tradizione che si tramanda per abitudine piuttosto che un’adesione dovuta a reale convinzione.
Quindi per Kierkegaard essere Cristiani non significa accettare la tradizione cristiana solo perché è una conquista storica, il Cristiano dovrebbe essere tale per una propria libera scelta.
Kierkegaard critica in secondo luogo coloro che usano sfoggiare la propria erudizione per dimostrare la veridicità delle Sacre Scritture, la quale in realtà non aumentano la loro fede, e tanto meno fanno aumentare quella altrui: l’erudizione non garantisce la fede. E’ lui stesso ad affermarlo quando dice: “ Supponiamo che tutto sia a posto per quel che riguarda le Sacre Scritture. E allora? Colui che non aveva fede, ha fatto forse qualche passo avanti? No, nessun passo. Perché la fede non è il risultato di una considerazione scientifica diretta, né giunge in modo diretto – al contrario in questa oggettività si perde l’interesse personale, appassionato, che è la condizione della fede. E colui che aveva la fede, ha forse corroborato e rinvigorito la propria? Per niente, neppure di un briciolo.”
La terza critica che Kierkegaard muove è rivolta contro coloro che hanno bisogno di una dimostrazione filosofica per identificare il rapporto uomo-Dio: “Quando la fede comincia a vergognarsi di sé stessa, come una innamorata che non si contenta più di amare, ma si vergogna del suo fidanzato, e ha bisogno di provare ch’egli è una persona ragguardevole, quando dunque la fede comincia a perdere la propria passione, e quindi cessa d’esser fede, allora la dimostrazione diventa necessaria”.
In conclusione secondo Kierkegaard: “ Soltanto due classi di uomini possono sapere qualcosa sul Cristianesimo: coloro i quali con una passione infinitamente interessata per la loro salvezza eterna la costruiscono, col fatto solo di credere, e coloro che, con la passione di segno opposto lo rigettano, gli amanti felici e gli amanti infelici.”

Elena Lazzari

 

Non solo pro, ma anche contro

 

 “C’è solo una prova della verità del Cristianesimo…” (Kierkegaard) fino a questo punto sono pienamente concorde, è il seguito che mi indigna leggermente. Non ritengo che il Cristianesimo possa nascere dall’angoscia del peccato o da una coscienza affannata e tormentata, perché in questo caso, a mio parere, non si tratterebbe di fede, ma più semplicemente di ipocrisia.
L’affidamento ad un Dio, che sia il Dio dei cattolici, dei protestanti o dei mussulmani deve provenire dall’interiorità del credente, solo questa è la prova della fede. In altre parole, il sentirsi accompagnati in ogni momento da qualcuno che si prende cura e si preoccupa per noi, ma bisogna stare ben attenti che tutto ciò non si limiti ad affidarsi a questa presenza soltanto nella sventura e nelle difficoltà, ma anche nei momenti di gioia, di felicità e di appagamento.
Quando Kierkegaard afferma che diventare cristiani è una libera scelta che non deve dipendere da una conquista storica, una disquisizione filologica o da una dimostrazione filosofica sono d’accordo, ma vorrei aggiungere che non deve nemmeno essere frutto di sensi di colpa o di necessità da colmare mediante richieste di aiuto. Un vero fedele deve sentire profondamente di esserlo e trovare nel proprio cuore la forza di proclamarsi tale in ogni istante della propria vita e condividere il proprio credo in ogni momento non solo quando gli fa comodo.
Quando qualcuno diventa credente lo deve diventare in tutto e per tutto. La fede deve poter influenzare anche il suo modo di agire che deve rimanere coerente sempre, per seguire in ogni istante le leggi dettate dalla propria religione e non scegliere, al variare delle circostanze, quando seguire queste e quando invece seguire le regole dettate dalla morale perchè più conveniente.
Prima di lodare Abramo perché non chiede mai a Dio di poter comprendere le sue richieste, prima di lodarlo perché così silenzioso nel suo dolore e nella sua ubbidienza, vorrei lodarlo proprio perché ubbidiente anche nel dolore. Egli non crede in Dio solo quando gli da una moglie, un figlio e qualche altra gioia, ma crede il Lui e segue le Sue leggi e le Sue decisioni anche quando Questi gli chiede di uccidere il figlio che prima gli aveva donato. Di fronte all’AUT-AUT, di fronte alla scelta di credere in qualcosa o in qualcuno se si sceglie di farlo lo si deve fare decidendo di raccoglierne non solo i pro ma anche i contro, e allora sì che si può parlare di fede o di rapporto autentico fra l’uomo e Dio.
Giulia Bisinella

 

L'uomo e il divino

 

Dobbiamo dunque scegliere tra disperazione e fede, ma come siamo arrivati a questo punto? Per Kierkegaard non è una considerazione a cui si arriva è un "ita est", un dato di fatto; non si può quindi che essere disperati poiché da soli non si è in grado di calcolare tutte le possibili conseguenze di una scelta o affidarci completamente a Dio, che tutto vede e sa, e che potrà darci consigli quali uccidere il nostro figlio prediletto al fine di ottenere la salvezza. Secondo la proposta del teologo quindi "La religione è paradosso" e fin qui mi vado perfettamente ad allineare con lui ma mi allontano esponenzialmente quando afferma che proprio per questo dovremmo affidarci totalmente a Dio. Ma come? Se la religione è un paradosso classico (o distruttivo) non è possibile che il supremo esista se invece si tratta i un altro tipo di paradosso il supremo architetto potrebbe esistere ma con caratteristiche diverse da quelle poste in partenza e quindi comunque non sarebbe quello cristiano. L'immenso limite dell'analisi del rapporto tra l'uomo e Dio di Kierkegaard si articola su due punti. In primo luogo il libero arbitrio assoluto, che provoca le vertigini e un effettivo imbarazzo della scelta non esiste, se così fosse saremmo noi ad essere Dio ed in quel caso non ci sentiremmo comunque spaesati tra infinite le scelte. Infatti ,concordando con Feuerbach quando afferma che "la teologia è antropologia", ritengo che siamo noi a proiettare su un supereroe infallibile le possibilità che non abbiamo, ma per cupidigia vorremmo avere e, poiché sono in tanti ad avere creato questo supereroe, sarà necessariamente paradossale o se si preferisce imperscrutabile ed ineffabile. In secondo luogo il libero arbitrio relativo che ci piace credere di avere in realtà si risolve solo nella possibilità di dubitare, di capire le situazioni, di analizzare le scelte passate, siano giuste o sbagliate, per imparare da noi e per non accettare con rassegnazione ciò che il cielo ci manda altrimenti si rischia di cadere nel più becero giustificazionismo. Vorrei quindi porlo io un aut-aut riprendendo Schopenhauer che lapidariamente afferma "O si pensa, o si crede", sottolineando il primo dei membri nella sua totale diversità dal vagare tra le scelte ciecamente senza poter ragionare su esse .
 In conclusione vi proporrei un esperimento, provate a semplificare di molto le parole di Kierkegaard cercando però di mantenere il significato di partenza anche se dovrete ricorre a perifrasi, verificate poi se quello che avete scritto vi sembra rispettante il testo, poi sottoponetelo alla lettura di un qualsiasi fervido credente e vedrete come neanche lui lo riterrà accettabile. In seguito proverà a spiegarvi come la complessità del tema trattato non si possa semplificare nelle vostre parole (a questo punto trattenete la rabbia), allora sottoponetegli il testo originale del teologo e vedrete come questo invece sarà accettabile per lui, d'altronde quando quello che leggiamo non ha senso, proprio come insegna l'autore, il senso lo troviamo noi.  

Zanella Mauro

 

L’uomo  il desiderio di dio

 

Innegabile è la complessità dell’essere umano. Da essa deriva tutto ciò che egli fa: a differenza di tutti gli altri esseri viventi, egli cerca disperatamente, e forse inutilmente, di trovare per la propria esistenza un senso che non sia semplicemente quello di sopravvivere il più a lungo possibile e tramandare i propri geni alle generazioni successive. Dopo aver preso coscienza della propria esistenza, e aver abbandonato l’istinto a favore della ragione (intesa come capacità di pensiero libero e astratto), egli ha cominciato a cercare qualcosa di più di ciò che aveva. La ragione non è soddisfatta della finitezza e della ristrettezza di questa esistenza che, pur con le sue difficoltà, si presenta come piatta e limitata. No, la ragione può andare oltre tutto questo, può creare dal nulla, può desiderare più di ciò che ha e di ciò che è necessario, può sperimentare l’idea dell’infinito fino a perdersi in essa, infinito che la terrorizza per la sua superiorità, ma al contempo la attrae perché non completamente dissimile da essa. Con la sua nascita l’uomo ha segnato la propria maledizione, uscendo da una posizione di relativa felicità garantitagli dall’inconsapevolezza per addentrarsi nella strada dell’ignoranza consapevole, che suscita la curiosità. E da quel momento ha cominciato a porsi domande, domande che in tre milioni di anni di evoluzione della specie non hanno trovato risposte definitive. Lo sviluppo della scienza ha dato un’indubbia accelerazione a questa corsa, ma le porte che si sono aperte hanno posto l’uomo di fronte a nuovi interrogativi sempre più complessi e sempre più numerosi. Così, finché non si troveranno delle risposte definitive (cosa che probabilmente non accadrà mai) continueranno ad esistere i dubbi riguardo il divino e ciò che c’è dopo tutto questo.
Finché non ci sarà una dimostrazione definitiva e infallibile del contrario, l’uomo continuerà a sperare in qualcosa di più di questa vita, qualcosa che vada oltre la monotonia del quotidiano e l’infelicità che da essa deriva. E forse neppure tale dimostrazione sarà mai sufficiente a schiodare il fedele dalla sua convinzione.
Infatti ciò che è veramente importante non è tanto che Dio esista veramente, quanto che esista per l’uomo che crede in Lui. Per una mente razionale, Dio non rappresenta che un interrogativo senza risposta, a cui bisogna scegliere se credere o no, con un atto che deriva da una volontà non condizionata da altro che da se stessa: non si può scegliere di credere per convenienza o per paura, o quantomeno una scelta di tal genere non sarà mai completamente veritiera, l’unica scelta possibile è quella basata su una cieca fiducia, e per questo è così difficile. Che poi la Fede porti veramente a qualcosa, è secondario, almeno da un punto di vista prevalentemente terreno; essa condizionerà comunque non solo il comportamento esteriore del credente, ma anche, e soprattutto, quello interiore, portandolo a pensare in modo da avere prospettive particolari nei confronti dei problemi dell’esistenza, completamente diverse da quelle di un ateo. E questa prospettiva di pensiero sarà ciò che determinerà il comportamento dell’uomo di fronte alla morte: un fedele convinto la affronterà in modo più sereno e speranzoso di un non credente attaccato disperatamente alla propria vita, incapace di comprendere che si tratta della cosa più naturale. La religione ha costituito uno degli elementi più efficaci per garantire una minima  felicità all’uomo, altrimenti condannato a vivere con il terrore della morte, con l’eccezione dei pochi che sono riusciti a superare questa paura. Il divino costituisce, come ha affermato Feuerbach, la proiezione di tutti quegli attributi infinitamente positivi, che l’uomo non può raggiungere durante la propria esistenza, ma che desidera al massimo grado; questo perché, essendo in grado di immaginarli, e di immaginare in essi l’unico metodo di garantirgli la felicità che non è in grado di ottenere, li cerca disperatamente. Non riuscendo a trovarli, immagina che siano in qualche altro luogo, fino a pensare a Dio. E qui, nella speranza che nessuno può più togliergli, riesce a trovare quella felicità che ha a lungo cercato; felicità che consiste proprio nella speranza della felicità. Che poi dopo la morte ci sia qualcosa davvero, assume scarsa rilevanza: il credente e l’ateo hanno ottenuto ciò che desideravano dalla propria vita, seppure in modi diversi. Il rapporto tra l’uomo e il divino assume così una prospettiva utilitaristica, ma è proprio questo che vuole l’uomo, vedere appagati i propri desideri, in un modo o nell’altro. E la divinità, non importa quale sia, diventa uno strumento per i fini dell’uomo.

Luca Beghetto

 

Duello tra ragione e fede

Il ruolo del divino nella storia dell’Occidente è stato quello di prevalere su tutte le altre manifestazioni e attività dell’uomo. Nonostante tutto non sono mancati momenti di tensione o anche momenti di vigorosa elaborazione intellettuale da parte di scrittori e filosofi cristiani; basti pensare ai rapporti tra la teologia e la filosofia di Aristotele e alla grande sintesi filosofica di San Tommaso, per capire come il Cristianesimo fu capace di recuperare, sia pure in nome della fede, il valore della ragione. Durante il Rinascimento, quando la ragione incominciò a rivendicare la completa autonomia, i rapporti che fino a quel momento, erano stati di subordinazione rispetto alla fede, si avviarono verso un insanabile contrasto. Con  l’autonomia della ragione prese il via anche la ricerca scientifica le cui indagini e scoperte non davano sempre ragione alla religione, basti guardare la condanna che subì Galileo. Da questo momento la Chiesa restò insensibile a tutti i fermenti e a tutti i movimenti filosofici e scientifici; ancora nell’800 la Chiesa si oppose a ogni pensiero razionalistico tra cui la teoria evoluzionistica di Darwin. Purtroppo però le scoperte scientifiche venivano portate avanti in un contesto storico e sociale  in cui la chiesa aveva perso il monopolio del potere. Intanto essa si andava aprendo alle idee di libertà e a tutti gli altri valori connessi a questa. Già verso la fino dell’800 il papato si apriva ai nuovi problemi della nuova società industriale, questo è stato un momento di svolta, la Chiesa si poneva su un piano diverso, ce lo dice la storia di quest’ ultimo secolo  e soprattutto di questi decenni. La Chiesa come istituzione e come dottrina religiosa, sempre più formalmente e più ufficialmente, al di là  di ogni ipocrisia tende a prendere posizione a favore dei poveri e degli sfruttati, contro il dispotismo dei dominatori e dei ricchi. Oggi essa, che nei secoli passati aveva voluto l’alleanza tra il trono e l’altare e aveva sposato la causa dei privilegi, rivendica per sé, come al tempo delle sue origini il diritto di difendere la causa dei poveri e questo nello spirito di tolleranza e nel nome della pace. Anche  i rapporti con la scienza si pongono, adesso, su di un altro piano; certamente, quando si discute intorno all’origine della vita e dell’universo, le ipotesi e le conclusioni della fede sono diverse da quelle della scienza; ma il dibattito è adesso ispirato al principio della tolleranza e al reciproco rispetto. La scienza pretende spesso di servirsi dell’ uomo come cavia nei suoi esperimenti non sempre sicuri né legittimi; mette inoltre a disposizione delle classi dominanti forme di sfruttamento inumano del lavoro; a questo punto, sembra che si ribalti il rapporto tradizionale tra fede e scienza, giustamente la fede rivendica il diritto a difendere la libertà e la dignità della persona umana. A questo punto interviene il rapporto fra l’uomo, portatore della ragione, e la chiesa, come custode della fede, il cui contrasto deve non solo diventare confronto, ma può diventare dialogo e collaborazione feconda per l’avanzamento dei singoli e dei popoli.

Albanese Alessio

 

Riflessioni sulla fede dell’uomo in Dio

L’affermazione provocatoria di Kierkegaard sembra tracciare una sorta di parallelismo tra pazzia e credo cristiano. Il Cristianesimo assume la funzione di ancora di salvezza per l’uomo che è disperato dalla sua stessa condizione limitata e che necessita di trovare o costruire una figura universale e onnipotente che dia senso alle sue domande esistenziali, alle sue sofferenze, ai suoi beni, alla sua esistenza stessa.
Fin dai tempi più remoti, l’uomo ha sempre manifestato un desiderio di sapienza incontrollato verso ogni ambito del suo esistere, riuscendo spesso ad ottenere mirabili risultati nella cultura, nel gioco, nella scienza, nell’arte, e molte altre. Ma ciò che l’uomo non è ancora riuscito ad ottenere (perlomeno finché ancora in condizioni terrene), è conoscere ciò che sta nell’aldilà, dopo la morte. Molti sono stati i filosofi e gli uomini che hanno tentato di dare una risposta alle questioni esistenziali dell’uomo, compresa quella che riguarda l’esistenza del divino che sta sopra ogni cosa. Che Dio esista o meno, questo all’uomo non è dato saperlo: se Dio non fosse mai esistito, significherebbe che tutte le azioni dell’uomo si possono ricondurre solo ed esclusivamente all’uomo stesso, e, dunque, nulla cambierebbe sul piano dell’evoluzione dell’uomo, dei rapporti interpersonali tra uomini e dell’evoluzione anche della storia stessa; tutto si ridurrebbe alla sfera scientifica e della ragione, che in queste condizioni può giungere a spiegare con logica ogni cosa.
Ma se Dio esistesse veramente, per l’uomo non sarebbe possibile arrivare alla sua conoscenza completa se non dopo la morte, in quanto Dio, essendo eterno e onnipotente, è anche imperscrutabile per la ragione umana. L’uomo dovrebbe affidarsi alla fede in Dio se volesse sopravvivere anche nell’aldilà. È la fede descritta dalla religione cristiana, una fede che è completo affidamento, completa fiducia in Dio. Data la sua condizione terrena, l’uomo non può giungere alla conoscenza di Dio attraverso un mezzo terreno quale la ragione: dovrebbe fare un atto di completo affidamento a ciò che sta sopra di lui, a Dio; e in ciò si caratterizza la fede cristiana, fede che, però, non può essere trasmessa e insegnata da nessuno, tanto meno dalla Chiesa e dai sacerdoti, ma deve essere scelta libera, come dice Enzo Bianchi nel suo saggio intitolato “La fede è un rischio” del 2000, la fede deve essere vissuta “come atto di libertà”.
Ma la fede in Dio, che è infinitamente grande, infinitamente buono e infinitamente onnipotente, supponendo che sia una fede saldissima e incrollabile, come può rimanere così salda e incrollabile dinnanzi ai mali nel mondo, alle malattie che ogni giorno colpiscono milioni e milioni di persone innocenti? Come può un Dio infinitamente buono e onnipotente nono intervenire in aiuto di questi malati? Dio che onnipotente può sicuramente trovare un rimedio per ogni male, per ogni malattia, può risolvere queste situazioni in un lampo: essendo dotato di infinita bontà, Dio dovrebbe intervenire per porre fine a tutte le sofferenze e alleviare dal dolore coloro che non hanno fatto nulla per meritarsi il dolore. Ma sembra che ciò non accada. Perché? Le risposte a questo interrogativo enorme che l’uomo si pone costantemente sono tre: o Dio non esiste, dunque l’uomo se la deve cavare da solo e le sofferenze che prova sono causate dall’uomo stesso; o Dio esiste, ma non è infinitamente buono e pieno di amore per le sue creature come ci viene descritto dalla Bibbia, perciò il male dell’uomo deriverebbe dal male in Dio, suo creatore che lo ha creato a propria immagine e somiglianza; oppure il mistero di Dio e dell’Intelligent Design sono troppo imperscrutabili per l’uomo da permettergli di comprendere anche l’esistenza del male e del dolore, nonostante l’infinita bontà del divino.
Purtroppo, però, non ci è dato di sapere quale delle risposte che si possono dare sia quella corretta. L’unica cosa che resta all’uomo è quella di riflettere sulle proprie esperienze di vita e comportarsi secondo i valori che da esse derivano, che siano o meno coerenti con il pensiero della religione o della Chiesa: sta poi all’uomo decidere se affidarsi o meno alla presenza del divino, in virtù dei propri principi, dei propri  valori, delle proprie motivazioni, che nessuno gli potrà mai togliere.

Enrico Reffo

 

L’uomo verso il divino

Da sempre i filosofi si sono interrogati prima sull’esistenza o meno di Dio e poi sul rapporto che può instaurarsi tra questi e l’uomo.
Per Kierkegaard, l’uomo è condannato all’angoscia, che deriva da qualsiasi tipo di scelta, in quanto il mondo in cui viviamo è completamente costituito da possibilità. Una delle scelte più importanti è quella che riguarda il fatto di credere o meno alla verità del Cristianesimo. La continua oscillazione determinata dalla scelta può portare l’uomo alla disperazione e l’unico modo per poter superare questa disperazione è la fede, che è la condizione in cui l’uomo non si illude sulla sua autosufficienza ma riconosce, bensì, la sua dipendenza da Dio.
La fede pone l’uomo in un rapporto di completa fiducia nei confronti di Dio; Egli non deve mai essere messo in discussione, non bisogna porsi delle domande riguardo l’esistenza o meno della sua immensità. Tutto ciò che riguarda Dio è impensabile per l’uomo; impensabile è la trascendenza di Dio, che implica una distanza incolmabile tra Dio e l’uomo, esclude qualsiasi familiarità tra l’uomo e il divino; impensabile è il peccato che l’uomo è portato per sua natura a compiere. La sola cosa che l’uomo può fare è avere fede, appellarsi ad una sorta di stabilità del principio di ogni possibilità a Dio, cui tutto è possibile.
Concretamente Kierkegaard identifica la vera fede con quella di Abramo, cavaliere della fede e che rappresenta al meglio la concezione dell’Autore di questa. Abramo mette da parte ragione e sentimento, lasciandosi andare completamente a Dio e all’azione da Lui richiesta: il gesto che compie è di totale rinuncia.
Solo attraverso la fede, l’uomo può elevarsi oltre la possibilità, giungendo allo stadio religioso, compimento assoluto dell’esistenza umana, che Abramo incarna perfettamente. In questo modo, Abramo instaura un rapporto privato tra l’umano e il divino, un rapporto assoluto con l’Assoluto. L’esperienza di rinuncia è qualcosa d’individuale, che il singolo deve operare completamente cosciente della sua scelta. Per questo, Kierkegaard afferma che la fede è il dominio della solitudine; non si può intraprendere lo stadio religioso accompagnati da qualcuno, e ciò determina l’incertezza e il rischio dell’esperienza religiosa. Non si possono apportare delle giustificazioni storiche, filologiche o delle dimostrazioni filosofiche a supporto del Cristianesimo: il vero cristiano non deve pensare di esserlo solamente perché nato in un particolare contesto storico. Il raggiungimento di una salvezza eterna richiede l’adesione personale del credente: è il singolo che sceglie, non la comunità in cui nasce.
Non è la conoscenza dei testi cristiani che rende l’uomo più credente, dal momento che la lettura degli stessi da parte di una persona non credente non cambia la sua posizione rispetto alla “verità del Cristianesimo”. Così come un vero cristiano non deve ricercare delle dimostrazioni sulla validità della sua fede, altrimenti questa non sarebbe più fede. Considerare il Cristianesimo come bisognoso di dimostrazione sarebbe come ammettere la superiorità della filosofia sulla religione, del sapere sul credere e ciò non è possibile per Kierkegaard, dal momento che non si riuscirebbe mai a superare la disperazione.
Dio, quindi, non può essere “visto” e compreso concretamente dagli uomini: questi si devono abbandonare completamente a qualcosa che non potranno conoscere appieno durante la loro vita, ma se vogliono giungere alla salvezza sono comunque costretti a credere, abbandonando la razionalità.

 

Pamela Frattin

 

Il rischio di credere

Se si volesse analizzare l’esistenza della razza umana partendo dalle sue origini, tra i vari aspetti fondamentali da prendere in considerazione vi sarebbe sicuramente il rapporto che essa ha con il divino.
Poco dopo la sua comparsa sulla Terra, il genere umano cominciò a confrontarsi con le divinità che egli stesso creava. Con la sua progressiva umanizzazione, l’uomo intensificò questo rapporto, tanto da subordinare, in modo più o meno diretto, la propria esistenza a quella del divino.
A seconda delle varie epoche e dei vari luoghi, il divino ha poi cambiato nome e aspetto. E ben presto esso è divenuto parte integrante della cultura delle varie popolazioni, assumendo addirittura il ruolo di punto focale intorno al quale ruotava la vita della comunità. Purtroppo con il passare del tempo l’aspetto religioso si è modificato in favore di più convenienti aspetti economici e politici. Questa è anche la critica che Kierkegaard muove nei confronti del Cristianesimo del suo tempo, che per la maggior parte degli aderenti si presenta come conquista storica, o disquisizione filologica, o dimostrazione filosofica. La fede cristiana diviene dunque specchio di quella filosofia occidentale consolatoria con la quale essa ha stretto alleanza nel corso dei secoli. La fede però non deve essere consolazione, rassicurazione, pace dell’anima, garanzia o rimedio; la vera fede, secondo Kierkegaard, è rischio, coraggio di fronte all’ignoto, è una scelta. (Kierkegaard, Timore e Tremore).
L'uomo che decide di credere si apre sia alla possibilità della salvezza che a quella della perdizione poiché non avrà mai la certezza assoluta della bontà della sua scelta, ma, appunto, deve avere fede. Il rapporto che lega il singolo a Dio è esclusivamente personale, legato ai dubbi e ai tormenti interiori dell'individuo. Con ciò si rende ancor più evidente come nessun sistema possa imporre all'uomo la fede (come spesso accade per la religione strutturata in sistema consolatorio), ma la fede sia una decisione presa con coraggio e non senza tormento dal singolo uomo.
Il credente non ha più l'angoscia del possibile, poiché il possibile è nelle mani di Dio; né il suo io si perde nella disperazione della propria impossibilità, poiché sa di dipendere da Dio e di trovare in Dio un sicuro ancoraggio. La fede è, piuttosto, il risultato di un atto esistenziale con cui l'uomo va al di là di ogni tentativo di comprensione razionale, accettando anche ciò che al vaglio della ragione o della critica storica appare assurdo. L'essenza intima della fede è soggettiva non nel senso di essere relativa e variabile, ma nel senso di essere fondata esclusivamente sul rapporto tra il soggetto e la rivelazione divina. Nella fede ogni uomo è solo con Dio. La fede è data dalla fusione di quella manifestazione di temporalità, finitezza, possibilità in una parola di esistenza -che è l'uomo-,con l'elemento dell'eternità e dell'infinito.
L’aspetto del coraggio della fede, che si identifica in seguito con il rischio, è sostenuto anche dal priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi, il quale sostiene che “La fede cristiana è un rischio- e prosegue poi “Che a volte la fede cristiana sia stata o venga colta come “rassicurante” oppure sia stata o venga vissuta come riserva di certezze o come “assicurazione”, fino al punto da esser declinata come arroganza, pretesa e perfino come violenza, questo non toglie che la sua configurazione autentica, che trova nella fede di Gesù stesso il suo paradigma e il suo fondamento, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca.”
Dunque anche la fede non può assicurare certezza e riposo. La rivelazione cristiana non ha nulla di razionale o di plausibile. Avere fede significa credere nonostante tutto e assumere tutti i rischi. Così, per esempio, fece Abramo: egli credette l’assurdo. Ebbe fede non solo per l’altra vita, ma anche per questa: credette che gli potesse essere restituito per miracolo ciò a cui rinunciava (la vita di suo figlio).

Ilaria Munaro

 

 

Dio e l’uomo oggi

La posizione di Kierkegaard è netta: l’uomo si avvicina al divino nel momento della disperazione, nel momento in cui il peccato ed il senso di colpa lo pervadono.  Un cristianesimo quindi considerato come una sorta di consolazione, un rifugio per un animo perso e disperato.  Ma è questa la vera fede  ? La risposta di Kierkegaard sarebbe sicuramente negativa.  Egli infatti sostiene  che per essere un vero cristiano bisogna che la fede che si ha in Dio sia il frutto di una libera scelta, che non derivi da una tradizione della società.  Questo filosofo è molto religioso e molto credente e le sua posizione in merito alla fede solleva una questione propria della società attuale.  Il rapporto uomo-Dio, come il cristianesimo insegna, è garantito dal sacerdote, del quale ne è il mediatore.  Ritengo però che se si prende un campione di persone cristiane di differente età, ci siano risposte diverse riguardo alla concezione della fede.  La gran parte dei cristiani, a mio parere, non conosce le origini del loro culto, né la storia di Cristo e tanto meno comprende il significato delle celebrazioni durante la messa.  Il cristianesimo attuale lo definirei una tradizione tramandata ed ereditata, è un annuncio sull’esistenza” ( Kierkegaard, Aforismi e pensieri, pag. 2 ).  Condivido, in quanto nessuno ci insegna ad essere fedeli e secondo Kierkegaard nel momento in cui l’uomo smette di ragionare è pronto per avvicinarsi a Dio, lasciando spazio solo alla fede, che non gode di dimostrazione razionale: è un fatto personale. Quest’ultima affermazione è giusta, però sfido chiunque a far prevalere la fede sulla ragione, a sacrificare il proprio figlio in nome della fede senza una minima esitazione come ha fatto Abramo; quasi nessuno sarebbe in grado di farlo, ma soprattutto quasi nessuno oggi sarebbe disposto a farlo.  A mio parere pochi oggi credono e si affidano a Dio spontaneamente, senza interrogarsi e senza sentire la necessità di dimostrazioni che confermano la sua esistenza.  L’uomo sente il bisogno di avere delle risposte ai suoi interrogativi esistenziali e quando non le trova ecco che allora si rifugia nella religione.  “Muore una persona cara: dov’è ora  ? E’ nulla, si è annientata, è un po’ di polvere o sarà……continua la sua vita in maniera diversa…^…” ( Bruno Forte, O Dio o il nulla, pag.1 ).  Questi ad esempio sono dubbi che
 assillano la mente razionale dell’uomo e che poi lo spingono a credere nell’esistenza di un ente sovrannaturale ed onnipotente.  Ritengo però che questo non sia un vero credere, che non sia una vera Fede, in quanto per essere tale deve provenire da dentro.  Un altro comportamento, che io giudico frequente tra i cristiani, è il rivolgersi a Dio con interrogativi tipo “ Perché ha permesso che accade ?” , “ Dov’era Dio in quel momento?” quando accadono fatti terribili, disgrazie.  Ma è questo un vero rapporto con Dio?  A mio parere questo è un rapporto di comodo in cui lo si ringrazia per i piacevoli eventi e si tende ad accusarlo degli eventi negativi; lo si prende in causa nel momento del bisogno, dimenticandosene quando non si avverte la necessità di comunicare con Lui. 
Al giorno d’oggi non è possibile parlare di rapporto dell’uomo con il divino se si vogliono delineare delle caratteristiche precise di esso.  Con il passare del tempo, a mio avviso, si andrà sempre più verso un cristianesimo quasi vuoto di Fedeli e colmo invece di seguaci di una dottrina solo perché rientra della tradizione della società.

 

Azzurra Stocco

 

La Terra è (forse) piatta



Il conflitto stesso esistente tra fede e ragione è innegabile ed evidente non esiste alcun modo per renderle compatibili, infatti l'atto stesso di credere presuppone l'abbandono della possibilità di mettere in discussione ogni fondamento sul quale si basa il ragionamento.
Esaminandole fede e ragione si presentano in modo completamente diverso infatti la fede pretende di giustificare per pure accettazione di una verità indiscussa superiore e incommensurabile superiore alle capacità di comprensione umane; mentre la ragione tenta di giungere a delle verità a partire da altre in modo più convincente, ma non può per sua natura arrivare a riconoscere un Dio cristiano ma solo ed al massimo una divinità filosofica, un mero concetto.
Risulta evidente, quindi, che quando ci si rivolge ad argomenti di materia religiosa si è al di fuori della razionalità e si entra in un mondo in cui la credenza del singolo è preponderante al di là di ogni considerazione, se così non fosse perderemmo la nostra più grande prerogativa in qualità di uomini la libertà intellettuale un diritto per il quale non esiste nulla di esatto e di sbagliato solo opinioni e liberi accordi e convenzioni di pensiero tra gli uomini ma nulla di veramente certo.
E' pertanto inutile un continuo dibattito sull'esistenza o non esistenza di un essere superiore mentre lo sarebbe la ricerca individuale di una propria verità: nessuna credenza deve e può essere imposta ma solo accettata, la religione e il dibattito filosofico non possono imporsi sulla libera scelta operata da un qualunque individuo: ognuno deve essere libero di credere in ciò che ritiene vero non ciò che è vero per i più o per la sua società.

 

Nicolino

 

Storia di un rapporto travagliato

Il  rapporto tra uomo e divino ha sempre seminato, fin dagli albori delle prime religioni, grandi dibattiti, inizialmente sui rapporti che regolavano la possibilità di “comunicazione” e di venerazione con esso, in seguito, con il passare dei secoli, sull’esistenza o meno di un ente supremo.
In effetti, come suggerisce la citazione di Kierkegaard, l’unica prova per spiegare la verità di una religione come il Cristianesimo, ma sono convinto si potrebbe allargare anche a tutte le altre religioni, è quella patologica.
Ma si potrebbe anche argomentare che l’uomo pone la possibilità dell’esistenza di una divinità, oltre che per spiegare il perché della creazione, anche per avere una solida struttura psicologica nella quale poter sperare e rifugiarsi di fronte ai tanti errori che costellano le azioni umane.
Penso di poter tranquillamente affermare che chiunque abbia vissuto almeno fino all’età dell’adolescenza, abbia provato senz’altro, anche una sola volta, l’angoscia che una scelta può porre di fronte.
Qui , appunto, secondo me, nasce la reale esigenza del divino che risulta essere, però, quello che oserei definire un atto di codardia da parte dell’uomo, un rifugio dai problemi, nella speranza che una divinità impietosita dalle nostre suppliche e preghiere ci semplifichi il compito della scelta, ammesso che esista il libero arbitrio.
Il problema nasce dal modo in cui viene inteso il rapporto con il divino: questo non dovrebbe essere visto come un’azione che risulta simile a quella di uno scambio di piaceri, ma piuttosto, o almeno questa risulta l’interpretazione delle religioni monoteiste più diffuse sul globo terrestre, dovrebbe identificarsi come un totale abbandono nelle “braccia” della divinità, un salto nel vuoto.
Cosa ci salverebbe in questo folle salto? La fede.
E’ l’unico elemento che permette al genere umano, o meglio al credente di avere un contatto con il divino.
E’ credere a priori, senza basarsi su certezza alcuna, nella speranza della salvezza eterna.
La fede “vincola” la nostra vita, spinge ad agire seguendo le parole del divino, riprese dai testi sacri, che per certi tratti sembrano essere delle raccolte di massime per una dottrina morale più che religiosa.
La fede giunge a vincolare talmente tanto l’uomo da indurlo addirittura a combattere per la divinità nella quale crede.
E’ insensato, a mio avviso, sostenere che assieme alla fede possa sussistere il libero arbitrio.
L’unica azione che l’uomo può fare è scegliere se avere fede o meno, ma anche questa viene condizionata dalla situazione di angoscia in cui spesso si trova l’uomo e che lo conduce per quello che potremmo definire “spirito di sopravvivenza” a recarsi all’ombra di una divinità dove allentare le proprie tensioni.
Di fronte al divino le vie da imboccare sono fondamentalmente tre: accettare l’esistenza di un ente superiore senza averne prove certe, disinteressarsene, oppure rifiutarlo totalmente opponendosi.
Il rapporto tra uomo e divino risulta dunque travagliato, diviso da un baratro, accentuato in particolare dall’inesistenza di prove certe.

Zonta Filippo

 

Come l’uomo si rapporta al divino

 

Kierkegaard vede nel Cristianesimo una sorta di salvezza e, con l’aiuto delle fede, un modo per sottrarre l’ uomo all’angoscia la quale accompagna la consapevolezza del libero arbitrio. Una sorta di salvezza in quanto il Cristianesimo insegna quella stessa dottrina dell’ esistenza che Kierkegaard riteneva l’ unica vera.
Il libero arbitrio concede all’ uomo la facoltà di scegliere nella totale libertà una cosa piuttosto che un’ altra. L’ unica vera scelta che permetterà all’ uomo di redimersi dall’ angoscia, impedendole, quindi, di trasformarsi in disperazione, è la fede. Di essa nulla è comprensibile e per descriverla bisogna far riferimento, ad esempio, ad Abramo colui il quale l’ ha vissuta profondamente in quanto la fede che egli aveva in Dio fu così forte da “trasformare un delitto in atto santo” atto che “nessun ragionamento può dominare” e per questo è permesso dire che “ la fede comincia là, dove la ragione finisce “.
La ragione, infatti, non è in grado di guidare l’ uomo alla comprensione del Cristianesimo perché Dio è posto al di là di ogni possibile punto d’ arrivo della ricerca umana. Il rapporto che viene ad instaurarsi tra l’ uomo e Dio non è da ricercarsi nella storia ma nell’ attimo inteso come istante di contatto della verità divina nell’ uomo.
 Cristiano è colui che aderisce al Cristianesimo per libera scelta personale e, al tempo di Kierkegaard, ciò era piuttosto difficoltoso perché era necessario prendere le distanze sia dalla Chiesa del tempo, sia dalle malefiche mode filosofiche.
Non è possibile essere cristiani per conquista storica perché la religione praticata nello stato in cui si nasce non rende le persone cristiane, anche se ciò, tuttora lo si crede possibile. Non lo si può neppure divenire per disquisizione filologica in quanto non è possibile fondare la fede sulla conoscenza delle Sacre Scritture perché l’ erudizione non permette di definirsi cristiani. Tanto meno si può reputare cristiano un uomo per la sola dimostrazione filosofica poiché la fede, che necessita di dimostrazioni, cessa di essere tale. Non si deve considerare il Cristianesimo bisognoso di spiegazioni, sarebbe come ammettere la superiorità della filosofia sulla religione e questo non è possibile perché va ad opporsi a quello che era l’ obiettivo di Kierkegaard.
Questo è un problema che tuttora si riscontra nella società contemporanea in quanto la Messa domenicale è vista, per molti, come un dovere, un obbligo e non come un desiderio di comunicare con Dio come, in realtà, dovrebbe essere. Basti pensare ai matrimoni, alle cresime e comunioni: chi davvero si ferma qualche minuto a riflettere sull’ atto religioso, da compiersi o già compiuto, come passo fondamentale per la vita di un Cristiano? Appena si parla di cerimonie, il primo pensiero cade subito sui pranzi, abiti, regali. Pochi sono coloro che conoscono il vero significato dell’ essere Cristiano. Per altri, invece, Dio è visto non come un obbligo, ma come una sorta di rifugio da preoccupazioni e paure.
 Principalmente due sono i motivi che inducono le persone a discostarsi da tale legame. Buona parte della società gira, fondamentalmente, attorno al “ dio denaro “ e la gente, oggigiorno, è troppo indaffarata nel cercare ricchezze, costruire “imperi” per preoccuparsi di Dio il Quale è considerato una perdita di tempo, un ostacolo alle fiorenti attività; l’ altra parte, invece, preferisce allontanarsene per il semplice fatto che in Dio non  trova sufficienti spiegazioni volte a rispondere alle esigenze dell’ uomo riguardanti, in primo luogo, la sua origine ed esistenza.
Non necessariamente si deve separare il piano scientifico da quello religioso per spiegare la teoria evoluzionistica dell’uomo. Infatti, “ il concetto di evoluzione in senso neodarwiniano è assolutamente neutro. Sia un ateo che un credente potrebbero accettare l’evoluzione scientifica senza entrare in discussioni di carattere religioso in quanto l’evoluzione non solo rispetta il dominio di Dio, ma lo glorifica”. (George V. Coyne, A Dio e/o a Darwin, Roma 2007, dispensa)
All’ origine del mondo c’è un intervento divino dunque l’ universo non è frutto del caso ma si può tranquillamente dire che c’è creazione anche se avviene in forma evolutiva “. (Padre Giuseppe De Rosa, La Repubblica, Venerdì 4 Novembre 2005, pag 18)

Elisa Azzalin

 

A ruota libera

“Gli argomenti portati a favore dell'esistenza di Dio sono moltissimi, ma pensavo e penso ancora che sono tutti non validi, dal primo all'ultimo, e che nessuno avrebbe mai accettato argomenti simili se non ispirato dal desiderio di credere alle conclusioni.”
(Bertrand Russell)

Il punto fondamentale dell’argomentazione di Russell riguarda il fatto che le “ presunte” dimostrazioni dell’esistenza di Dio sono ricercate a posteriori,  presupponendo l’esistenza necessaria di un’entità suprema per la quale, solo successivamente,  i credenti cercano una prova od una dimostrazione. Ma in questo, Russell sostanzialmente si dimentica di come pure la matematica e ancor di più la fisica presupponga questo metodo di ricerca a posteriori di prove necessarie, che seppur impropriamente, può essere definito “induttivo”. Per fare un esempio, il principio di Heisemberg fu inizialmente postulato e solo successivamente furono create le strutture matematiche che permisero la sua derivazione come teorema dagli altri assiomi della meccanica quantistica. Quindi se Russell vuole sostenere quest’argomentazione (che di sicuro non è l’unica, e per questo no fondamentale) deve essere conscio di come si possa rivelare un’arma a doppio taglio anche per le scienze matematiche.
Del resto in questa frase si può rintracciare l’impianto logicista della sua concezione filosofica: la volontà (fallimentare) di poter derivare in modo deduttivo tutta la matematica a partire da determinati assiomi della logica. Dio, quindi si configura per Russell come un ente che deve essere dedotto da determinati “postulati della religione”.Per questo l’autore muove questa critica: non si può derivare da un’esigenza della fede l’esistenza di Dio, dal quale deriva la fede stessa.
Pertanto l’argomentazione di Russell, seppur potenzialmente un’arma a doppio taglio, è sostanzialmente corretta: perché solo coloro che credono in Dio sentono l’esigenza di una dimostrazione ontologica dell’utilità della loro fede? Si ritrova un circolo vizioso, dal quale inconsapevolmente ogni credente cera di uscire ricercando e trovando dimostrazioni false ed effimere. Del resto è la natura stessa dell’uomo, che spinto a credere nel trascendente, ricerca ciò che ontologicamente e gnoseologicamente è impossibile trovare, la prova dell’esistenza del trascendente stesso.
Evidente del resto è l’inutilità sostanziale di queste dimostrazioni: per l’ateo non sono altro che inutili sforzi mentali destinati al fallimento, il credente, in quanto tale, poiché ha fede, non deve dubitare dell’esistenza di Dio. Per citare una frase di Kierkegaard: “Se Dio non esiste dimostrarne l’esistenza è una sciocchezza, ma se Dio esiste dimostrarne l’esistenza è una bestemmia”.

Pierpaolo Toniato


Russell in questa affermazione cerca di dare una spiegazione logica e scientifica riguardo alla propria concezione di Dio. Secondo il suo parere il problema nel dimostrare l’esistenza di Dio ha origine da una contraddizione di fondo, infatti, chiunque cerchi di individuare argomenti a favore dell’esistenza di Dio parte del presupposto che Dio esista creandosi così una dimostrazione ad hoc le cui basi, però, non sono universalmente condivise, e quindi, nemmeno universalmente accettabili. Questo ha portato come diretta conseguenza una divisione a livello ideologico e morale fra chi crede nell’esistenza di Dio e chi ha assunto una posizione scettica.

Albanese Alessio


La citazione di Russell fa riferimento al dilemma-mistero dell’esistenza di Dio e alle argomentazioni portate a favore oppure contro la sua esistenza. I motivi “a favore” sembrano servire, non tanto a dimostrare che Dio esiste, piuttosto essi rappresentano una prospettiva di felicità che l’umanità dovrebbe seguire. Seguendo i dettami del cristianesimo o di un’altra religione qualsiasi, ovvero presupponendo l’esistenza del Divino, allora questa prospettiva di felicità è veramente raggiungibile. Ma ciò vale solamente per il credente. Se Dio, infatti, non esistesse, quelle stesse argomentazioni “a favore”, perderebbero del loro significato originale, acquistando un valore illusorio. È, tuttavia, un’illusione che può avere effetti positivi sull’umanità: gli insegnamenti delle religioni possono essere interpretati, in ambito spirituale, come precetti che portano al raggiungimento di una felicità e di un’integrità morale ed etica che può giovare sia all’individuo stesso che alla comunità degli individui. Resta, comunque, il problema dell’esistenza del divino, in quanto essa rimane avvolta nel dubbio: non ci sono, infatti, argomentazioni scientificamente valide che attestino la presenza e l’esistenza di Dio. Ma il valore di queste argomentazioni si esplicita nell’ambito spirituale-morale, in quanto esse, per il credente, mantengono vive le sue speranze di felicità e di liberazione dal male.

Enrico Reffo


Ogni filosofia apporta ragioni valide per la credenza o meno alla religione. Hegel con il suo idealismo diceva che la religione cercava di rappresentare l’assoluto; basandosi su una conoscenza rappresentativa cercava di arrivare alla verità, ma proprio in base alla conoscenza rappresentativa si aveva una visione solamente parziale della realtà. Ma Hegel dice anche che chi vuole conoscere la verità deve procedere oltre l’intelletto, capire le varie rappresentazioni, superarle con la ragione. La religione qui non può essere universale, perché non tutti gli uomini credono nell’atto di fede, che è qualcosa di soggettivo, e quindi non ci si può sbilanciare universalmente sull’esistenza o meno di Dio come verità assoluta. Al contrario, Feuerbach pensa che Dio non sia una verità assoluta, ma solamente una proiezione di qualità positive al di fuori dell’uomo come soggetto, che non le riconosce in se stesso; la religione viene definita come dottrina della salvezza, in quanto la salvezza è lo scopo pratico dell’uomo. L’uomo si crea così un orizzonte religioso in cui sperare, perché sente il bisogno di essere salvato. La religione, quindi, è un inganno, qualcosa di creato, che ha in sé la proiezione di scopi pratici che l’uomo aspira a raggiungere. Marx pensa che la religione serva alla classe borghese per dominare sul proletariato: è uno strumento. Non importa che l’uomo borghese creda veramente o meno all’esistenza di un aldilà e di un Dio, l’important è che la creazione dell’orizzonte religioso crei speranza tra le classi meno abbienti di una vita migliore, della consolazione alla miseria a cui queste persone sono costrette in vita. La religione è un modo pratico per inibire la propensione rivoluzionaria proprio perché consolatrice e giustificatrice della vita misera. Divisi tra praticità e religiosità, quindi, non siamo in grado di dire se Dio esista o meno: prima di tutto bisogna capire se si è credenti oppure no, e poi in base alle nostre idee decidere a quali argomenti credere perché, come dice Russell, ogni uomo trae le sue conclusioni in base al desiderio di credere a ciò da cui è ispirato.

Pamela Frattin


Il dibattito filosofico- religioso sulla divinità parte sempre da considerazioni volte al tentativo di dimostrare l'esistenza o la non esistenza di un essere sommo principio di tutte le cose, Dio.
Di tali argomenti ne esistono moltissimi ma nessuno è accettato pienamente anzi, in fin dei conti, il credere o no è solamente una questione personale dovuta alle proprie convinzioni ed esperienze di vita. Pertanto solo la fede può dare una risposta alla necessità umana di credere in qualcosa di superiore essendo la ragione stessa incapace di argomentare al riguardo. Per questo tutte le dimostrazioni a favore dell'esistenza di Dio sono attendibili solo per coloro i quali già credono e viceversa. 

Nicolino

 

 “Se Dio esiste, chi è?  Se non esiste, chi siamo?”
( G. Bufalino, Il malpensante )

Dio esiste?  Domanda la cui risposta potrebbe far parlare per ore.  L’esistenza di Dio e la sua relazione con l’uomo sono oggetto di numerose discussioni.
Studi scientifici hanno dimostrato la discendenza dell’uomo dalla scimmia e questo contrasta la volontà divina nella creazione dell’uomo, come è affermato nella Genesi.  Personalmente sostengo con più convinzione e fermezza la posizione scientifica e questo però non implica l’esclusione dell’esistenza di Dio.  In questo caso Egli sarebbe come un “preservatore” del bene, che dall’alto osserva.  Se non esistesse, l’uomo sarebbe in balia di se stesso e “faber fortunae suae” .  Non si spiegherebbero però i miracoli, soprattutto quelli riguardanti le guarigioni improvvise ritenute impossibili dalla medicina.  Ma ecco che in questa situazione l’uomo, non potendo contare su spiegazioni razionali, cerca di trovare un perché attribuendone il merito ad un ente che non appartiene alla realtà umana.  Se non esistesse Dio, l’uomo sarebbe una macchina precisa frutto del caso, forse troppo precisa per essere esente da un disegno intelligente.
Discendiamo quindi dalla scimmia o no?  Facciamo parte di un disegno intelligente?  A voi la risposta.

Azzurra Stocco

 

Che Dio esista o non esista, la mia vita non cambierebbe, almeno fin che non abbia una prova concreta della sua influenza su di me. L’uomo crede in Dio perché necessita di un punto di riferimento per darsi una spiegazione all’ esistenza delle cose e perché ha bisogno di una consolazione ai mali del mondo. In entrambi i casi io continuerei a vivere nel miglior modo possibile, cercando la felicità, l’ amore, ecc… Quindi la domanda si ridurrebbe nel chiedersi se sappiamo apprezzare quello che la vita ci offre e se siamo in grado di raggiungere la felicità. Chi ci ha creati rimarrebbe un mistero, ma se, per nostra natura, non ci è dato di saperlo, perché sforzarsi tanto quando si può vivere bene lo stesso?. Mettiamo che esista: cosa cambierebbe nella nostra vita? Forse le nostre azioni sarebbero diverse, per paura di essere puniti. Ma se cerchiamo la felicità non possiamo fare altro che il bene. Se Dio esiste, come si spiega il male? Se Dio stesso volesse il male, perderebbe la sua natura divina.  In realtà, a mio parere, non è importante sapere se Dio esiste o meno. La cosa veramente importante è  vivere la vita al massimo e serenamente.

Vilnai Claudia


Supponendo come certa l'esistenza di Dio si può considerare questo ente, da parte del cristiano, come il pensiero che ci guida, ci sostiene, ci consola. Se Dio esiste è colui che dà un senso alla nostra vita, colui che determina la nostra nascita, vita e morte.
Colui che dà la possibilità di credere in una vita migliore dopo la morte. E’ quella persona pronta a perdonarci quando siamo veramente pentiti; quella persona che ci dà speranza e consolazione, che dà un senso ai mali del mondo. Dio permette inoltre all'uomo di calibrare le proprie azioni nella speranza di ricevere la sua Grazia; è quindi colui che permette un certo ordine nel mondo, colui che grazie alla sua esistenza contiene l'uomo dallo sfogare il proprio istinto.
Se Dio non esiste noi siamo la conseguenza dell'evoluzione del mondo che ha portato alla nostra nascita. Ci troviamo quindi in questo mondo non per un volere divino ma come stadio di un processo evolutivo. La nostra presenza nel mondo non ha quindi uno scopo preciso ma è il risultato di relazioni causali. Come un qualsiasi organismo, animale o vegetale, noi occupiamo quindi questo mondo per una serie di cause che hanno portato a delle condizioni sulla Terra per le quali la nostra vita ha potuto aver inizio.
Vita  nella quale lo scopo principale è la sopravvivenza; vita destinata a concludersi con la morte con la quale si conclude definitivamente la nostra esistenza. Se Dio non esiste siamo esseri senza una morale, legati maggiormente alla materialità della vita; esseri che come animali e piante nascono e muoiono senza un preciso scopo, ma per la semplice conseguenza di fattori che hanno determinato la nostra nascita.

Baron Stefano

 

Dio esiste; la sua esistenza è un bisogno umano: l’uomo ha la necessità di credere che la sua vita non finirà con la morte ma che possa continuare, che ci sia qualcos’altro, non importa se bello, brutto o doloroso, l’importante è che ognuno possa pensare di essere immortale e di poter stare eternamente con i propri cari. Di conseguenza non è importante la vera esistenza di Dio, importa solo che ogni uomo sia convinto della sua presenza .Il Dio in cui l’uomo è spinto a credere è la proiezione dei fatti ai quali non riesce dare risposta e dei desideri che non riesce a realizzare. Anche se egli non esistesse l’uomo continuerebbe la sua vita allo stesso modo illudendosi della presenza di un ente supremo in grado di garantirgli la felicità e di esaudire le sue preghiere. Pensandoci bene credo che Pascal avesse ragione con la sua scommessa  su Dio: la cosa più conveniente è credere.  

Silvia Santi


La frase sembra porre come necessaria l’esistenza di Dio per dare un senso alla vita dell’uomo. Dio, o l’illusione di Dio, due concetti che nella determinazione del comportamento del credente sono assolutamente equivalenti, divengono, secondo Bufalino, una necessità perché l’uomo possa essere definito come tale. Ma il definire l’esistenza dell’uomo in funzione di Dio si rivela essere un errore: se Dio non esiste l’uomo non è di certo meno uomo, anzi egli ha la possibilità di esercitare la sua umanità nel campo che più gli compete e che è suo dalla nascita: quello dell’etica, del comportamento vero i suoi simili, comportamento che deve essere determinato dalla sua razionalità e dal contesto in cui vive, non da un fantomatico essere trascendente e da una religione fatta di regole seguite più spesso per proforma o per omologazione che per una vera convinzione. Il vero piano su cui bisogna concentrarsi per dare un senso alla vita dell’uomo, e, di conseguenza, per poter dire chi è l’uomo, è quello che veramente lo riguarda, non un piano di cui egli non fa parte, ma che dovrebbe condizionarlo. Molto più utile riflettere su come dare una svolta alla vita che noi tutti conosciamo, quella che viene vissuta tutti i giorni, e solo in un secondo momento, e solo se si dimostra necessario (cosa non certa), spostare il centro della riflessione al trascendente.
                                                                                 

Luca Beghetto

 

“Ipotizzare l’esistenza di un essere intangibile non facilita la comprensione dell’ordine che troviamo nel mondo tangibile.”               
 (A. Einstein, Pensieri di un uomo curioso)

 

Certo, come afferma Einstein, credere nell’esistenza di un essere intangibile non aiuta facilmente la comprensione del mondo tangibile. Come fa un essere di cui non si può nemmeno accertare l’esistenza, di cui non si conoscono o non si potranno mai conoscere la caratteristiche a causa della sua impalpabilità, spiegare l’ordine che troviamo nel mondo conoscibile? Quest’essere intangibile, quale può essere Dio, non ci dà strumenti concreti per analizzare e comprendere il mondo tangibile, percepito al contrario di Dio attraverso i sensi. Ma Dio, nel caso particolare della religione cristiana, ha un ruolo di giustificatore dell’ordine che troviamo nel mondo terreno. Secondo il mio parere il ruolo giustificatore di Dio è lontano anni luce dal facilitare la comprensione dell’ordine che troviamo nel mondo: giustificare e dimostrare ciò che caratterizza l’universo è ben diverso. Gli uomini con il loro bisogno di certezze accettano la presenza di Dio come colui che giustifica i mali, la creazione dell’uomo, del mondo, il destino di ogni essere senza alcuna prova certa della sua esistenza. Perciò ipotizzare l’esistenza di un essere intangibile giustifica solamente l’ordine che troviamo nel mondo tangibile, non ne facilita di certo la comprensione attraverso prove certe e inequivocabili.

  Magrin Luisa


Queste parole sono il pensiero di un uomo che, in quanto scienziato, pone la sua attenzione sulla natura e su ciò che nel mondo è effettivamente tangibile. In questo pensiero afferma che l’ipotesi che ci sia un essere in conoscibile non aiuta a capire l’ordine del mondo. Disegno divino, caso, necessità, molte sono state le risposte che scienziati, teologi e studiosi hanno cercato di dare di fronte a questo inspiegabile disegno perfetto qual è la natura. Dare una risposta alla domanda se Dio, o comunque questo essere intangibile esista è già di per sé difficile e dipendente da molti fattori e per ciò si passa subito all’ipotizzare la sua esistenza che, come dice appunto Einstein, “non facilita la comprensione dell’ordine che troviamo nel mondo tangibile”.
Soffermandomi su questo pensiero mi trovo a condividere ciò che Einstein disse anni fa. Sebbene si possa passare a una discussione tutt’al più centrata nell’ambito teologico sul “credo” di una persona, io trovo infondato attribuire il merito di quest’ordine del mondo ad un “essere intangibile” dove le prove di questa sua creazione non sono del tutto scientificamente provate. Trovo sia più giusto cercare nello studio del “mondo tangibile” stesso la comprensione di quest’ordine che troviamo nella natura del mondo.                                                       

Zorzato Laura

 

Qui Einstein esplicita, più che la questione attorno all'esistenza di Dio, la difficoltà dell'uomo di comprendere la Natura (mondo tangibile). L'ordine presente nella realtà è un mistero per l'intelletto umano, nonostante con la ricerca si continuino a fare scoperte circa i fenomeni naturali e ai meccanismi della vita resta sempre l'interrogativo su chi abbia creato quest'ordine, perchè l'abbia creato o comunque presenta queste forme e su come sia stato creato. Einstein quindi sostiene che la risposta a queste domande non si ricerca nel creare un Dio, o dato per scontato che Dio esista indipendentemente dalla necessità di trovare risposte, la sua esistenza non implica la maggiore facilità nel comprendere il mondo, perchè Dio non ci parla sistematicamente ogni giorno della natura, non ci spiega perchè un albero ha 200 foglie e un altro ne ha 201; Dio parla di salvezza, di come agire nel bene, di come comportarsi giorno per giorno. E' l'uomo che, grazie alla sua intelligenza deve riuscire a decifrare i codici del "mondo tangibile", facendo affidamento solo sui propri mezzi. Se il mondo è tangibile anche i suoi principi sono tangibili, per questo non ha senso, secondo Einstein, elevare dati sensibili a un principio spirituale.

Damiano Ferrari

 

“La maggior parte degli uomini di oggi non sono tanto atei o non credenti, quanto increduli. Ma colui che è incredulo non è fuori dalla sfera della religione. [...] Lo stato d'animo di chi non appartiene più alla sfera del religioso non è l'incredulità, ma l'indifferenza, in non saper che farsene di queste domande. Ma l'indifferenza è veramente la morte dell'uomo.”
(Noberto Bobbio, Che cosa fanno oggi i filosofi?)

In questa citazione di Norberto Bobbio inserita nella sua opera che “Cosa fanno oggi i filosofi?” traspare tutta la sua più fiera e sentita laicità; una laicità non disinteressata e nemmeno un ateismo sentito ma una semplice  e insistente ricerca della verità. La citazione rende in modo netto e deciso come il problema religioso e quindi del credere o del non credere, profondamente insito nell’uomo moderno sia in realtà un problema di identità stessa dell’essere umano in quanto tale,una società fortemente materialistica come quella odierna  non riesce più a distinguere quale sia la sua vera essenza,  cioè quella facoltà umana che è la ricerca di interrogarsi e rispondersi autonomamente sul divino. L’uomo di oggi non è l’ateo del secolo scorso o dell’ Ottocento, e non è nemmeno non credente in quanto non si interroga nemmeno più sulla sua esistenza o meno. L’uomo di oggi è l’uomo impegnato nello sviluppo e nel progresso, che non si rende conto di essere completamente disinteressato e indifferente alla questione divina, che nelle sue molte sfaccettature ha sempre dato vitalità al pensiero umano, ateo, agnostico o credente che fosse.

Matteo Moletta


Ciò che caratterizza la nostra società è forse la frenesia che scandisce imperterrita le nostre vite.
Da qui segue una scarsa quantità di tempo da dedicare alla propria mente e talvolta un rifiuto esplicito a prendere in considerazione alcune problematiche, prime tra tutte quella riguardante Dio.
Tra tutte le persone che si reputano credenti, e tra tutte quelle che si definiscono atee, ad esserlo veramente sono  una quantità molto inferiore. La maggior parte delle persone, infatti, è totalmente indifferente a questa sfera che fin dalle epoche più antiche ha costituito un aspetto rilevante nella vita dell’umanità.
Se si pensa infatti alle tante faccende da sbrigare durante un normale giorno lavorativo, ci si rende conto che quel poco tempo che rimane libero non viene “sprecato” per riflessioni che riguardano l’ambito religioso: l’uomo non si pone più certe domande, non riesce nemmeno a concepirne la  presenza. Finisce quindi con il divenire totalmente indifferente rispetto a ciò che concerne Dio.
Se un vero credente fa dei precetti religiosi una propria morale di vita, e un vero ateo è pienamente convinto della propria posizione, ed entrambi sono pronti a confrontarsi con il resto del mondo, l’uomo comune di oggi è invece il rappresentante dell’indifferenza, colui che è destinato ad una morte spirituale provocata dalla mancata volontà di mettersi in gioco, in primo luogo con se stesso, e in secondo con Dio. 

Ilaria Munaro

 

Gli uomini di oggi non sono tanto affetti da indifferenza quanto da frenesia. Bisogna ammettere che non si preoccupano di scegliere se credere o non credere, ma non si preoccupano nemmeno di porsi come problema se questa scelta vada compiuta oppure no.
Gli uomini di oggi non vivono in funzione di una vita nell’al di là. Non si impongono di vivere secondo virtù sopportando tutti i mali della società consolati dalle giustificazioni della religione e dalla speranza di una vita eterna. No! La società non va più in questa direzione, non guarda più all’“al di là, ma all’“al di qua”, le preoccupazioni attuali sono il successo, il denaro, la fama e a volte l’amore e l’amicizia; esse sono però volte esclusivamente ad una felicità da raggiungere subito, non da attendere fino al momento della morte.
Feuerbach e Marx hanno risvegliato le coscienze; l’uomo è divenuto Dio dell’uomo rendendosi conto che la religione in cui credeva non è altro che l’oppio dei popoli, lo strumento di potere della classe dominante. Non gli conviene più scommettere nell’esistenza di Dio, ma nell’esistenza della vita attuale. Se non si ha il tempo di chiedersi se credere o no è meglio vivere all’estremo finché si è sicuri di poterlo fare. Insomma è meglio un uovo oggi che una gallina domani.
Sorge ora una domanda: “Una vita accompagnata dalla speranza non ha forse un colore più vivo? Non vale la pena illudersi?”

Giulia Bisinella

 

Emerge dalla breve citazione come la mancanza di curiosità sia una delle peggiori calamità che può colpire l'uomo. Purtroppo egli ha dovuto imparare che più ci si interessa, più si investe energia al fine di giungere ad una maggiore conoscenza maggiore è il grado di coscienza di sé e dei propri limiti, più si sta male, più si vive in angoscia. Per quanto alcuni si ostinino ad alimentare in sé e negli altri la curiosità e l'analisi critica della realtà, questa è destinata a morire esattamente come si estingue l'attrazione che proviamo verso una lingua di fuoco. Noi ne siamo affascinati ma l'impossibilità di imprigionarla e capirla a fondo ci spinge ad abbandonare lo studio ed ad accettare la realtà del carbone che è evocativa del fuoco e può contenere parte delle risposte su questo ma non ne esprime dinamismo e processualità. Si potrebbe quindi pensare ad un naturale sbocco della natura umana nel dogmatismo e vedremo poi come, per me, questo è vero. Ma almeno tre motivazioni non rendono possibile una totale accettazione di questa posizione: l'esistenza della necessità di un risultato, la velocità e la passività del soggetto. Infatti  l'uomo non è altri che un prodotto della società e quindi, nel nostro caso, figlio del capitalismo nel quale è evidente sia il legame con le prime due motivazioni ( il processo religioso-dogmatico non porta ad alcuna conclusione materiale, non porta un guadagno e, soprattutto, non è verificabile; in conseguenza di ciò non ha senso lo spreco del proprio tempo). Per quanto riguarda la terza motivazione invece la potenza è necessaria conseguenza della capacità di generare un cambiamento e poiché  la religione è assolutamente immutabile, si opta per una attività in cui la conseguenza del proprio operare sia tangibile. In poche parole noi per schermarci dalle migliaia di informazioni che ci giungono ci costruiamo un sistema che eclissa ciò che in prima analisi viene definito non importante o non concludibile rifugiandoci in un dogmatismo formato da verità individuali. La filosofia e le sue domande in un clima come questo diventano quindi appannaggio esclusivo di chi non dovendosi procurare il pane può soffermarsi a analizzarne l'essenza.

Zanella Mauro

 

“ Ciascuno deve stare nella religione in cui è nato. ”
( Napoleone Bonaparte, Aforismi, massime e pensieri)

Riflettendoci la frase presenta elementi che sono strettamente legati al panorama contemporaneo. Pensandoci bene vediamo che la maggior parte dei figli “eredita” la religione della propria famiglia o quella professata dai propri genitori, quella alla quale si è istruiti fin da piccoli quando s’inizia il catechismo, si frequenta la parrocchia o si frequentano i nonni cresciuti con una filosofia di fede diversa. Vediamo crescere figli che frequentano la Santa Messa ogni domenica accompagnati dai loro genitori con età che variano dalla carrozzina, all’adolescenza e più. Quando iniziano a crescere non mancano i capricci o le storie per alzarsi presto la mattina per andare alla Messa, o semplicemente per essere visti andare e magari pure seduti vicino ai propri genitori dai propri compagni; ma ciò che mi domando è se bisogna necessariamente professare ed essere vincolati a credere il credo religioso dei propri genitori. Questo atteggiamento è molto diffuso, io per prima ne sono un esempio lampante, ma penso che si debba lasciare la libertà di scegliere ai propri figli: ovviamente solo se si hanno motivazioni valide perché credo di professare una dottrina religiosa e crederci veramente sia una della cose più difficili perché se ne devono condividere molti, se non tutti gli aspetti, accettandone pure le limitazioni e non solo ciò che fa comodo, evitando magari di avvicinarsi perché offre più libertà.
Le motivazioni devono essere valide! Anche se si decide di non professare alcun tipo di credo.
Nonostante tutto, ciò che afferma Napoleone non è scorretto, penso che una buona percentuale di Italiani possa testimoniare questo affermando di essere cresciuti e condividere i valori religiosi del Cattolicesimo essendo nati in uno stato a maggioranza cattolico. Questo può affermarlo un italiano, come un arabo che professa l’islamismo, un indiano che professa l’induismo o qualsiasi altro essere vivente sulla Terra che professi la sua religione.

Beatrice Facchinello


Sin da quando il genere umano ha avuto a che fare con la religione, a più riprese, durante la propria esistenza, ci sono stati illustri personaggi che a questa hanno cercato di trovare una spiegazione, molte volte giungendo addirittura a negarla.
In effetti il termine deriva dal latino religio che significa vincolo, legame.
Non è forse, dunque, un caso che Lucrezio nel De Rerum Natura, condanni la religione ritenendola una forma di superstizione, che lo stesso uomo si è posto svalutando di gran lunga le capacità della propria coscienza.
Allo stesso modo nel 1700 il pensiero illuminista sostenne la medesima tesi, variandone però i presupposti.
Queste idee non sarebbero poi tanto erronee se non fosse per coloro che se ne appropriano, ergendosi come giganti privi di rispetto contro quelli che nella religione mettono anima e corpo.
E’ innegabile che la religione ponga dei limiti agli uomini: basta aprire un’opera di Feuerbach, Marx, Nieztsche per trovare motivazioni di un calibro molto elevato a sostegno di questa teoria.
Eppure si potrebbe giungere alla conclusione che non esista uomo più libero di colui che forgia da sé le proprie catene.
Infatti al di là delle religioni millenarie che ci circondano, dobbiamo prendere atto che risulta semplice e soprattutto utile professare una nostra fede interiore.
Leopardi la plasmava di poesia, Macchiavelli di politica, Kant di filosofia, Gandhi di pace.
Tirando le conclusioni, prendendo per buona una certa tendenza agnostica, sarebbe bene comprendere che è più utile e proficuo abbracciare i nostri ideali, quelli che abbiamo sin da quando  possiamo ragionare, piuttosto che schierare la nostra anima e il nostro corpo con il primo patriarca che ci si para davanti: è fare risplendere la scintilla di divino che è in noi.

Filippo Zonta

 

“L'umanità sta stretta nella religione così come un bambino, crescendo, diventa troppo grande per il suo vestito; non c'è niente da fare: il vestito si strappa."
(Arthur Schopenhauer, Aforismi)

La citazione di Schopenhauer potrebbe essere considerata valida da un adulto che per scelta personale decida di dichiararsi ateo pur avendo ricevuto un'educazione religiosa fin dall'infanzia. Ma, secondo me essa non è da intendersi come assolutamente valida per ogni individuo, perchè molte persone, essendo state educate dai propri genitori a professare una religione, possono scegliere di continuare a essere credenti anche da adulti. E' indubbio che questa scelta sia in buona parte condizionata dall'educazione ricevuta, ma è altrettanto vero che ogni religione lascia i fedeli liberi di seguirla o meno.
Ogni persona, quando giunge ad un'età in cui è capace di ragionare con la propria testa e quindi è in grado di prendere decisioni autonomamente, può decidere, in base al proprio pensiero e alle proprie esperienze, se continuare a essere fedele oppure no, non per forza deve sentirsi costretto a farlo solo perchè gli è stato insegnato così; in tal caso la persona decide di togliersi il vestito che si sente stretto. Altrimenti, se decide di condividere i principi religiosi continua a portare quel vestito, senza sentirlo affatto stretto.

Elena Lazzari


La religione è qualcosa di imposto, l’uomo nasce con l’imposizione da parte dei suoi simili di un credo in cui non è realmente coinvolto, ma in cui è violentemente catapultato.
E’ qualcosa di quasi innaturale e prima o poi l’uomo cerca di liberarsene. Con l’andar del tempo l’uomo prende sempre più coscienza di se e di questa “camicia di forza” in cui si è ritrovato, e quando inizia a pensare da solo, fuori dagli schemi, si sente stretto poiché inizia a considerare le cose sotto altri punti di vista.
Questo è ciò che secondo me intendeva Schopenhauer con quella frase; l’umanità ha forse un disperato bisogno di credere in qualcosa di superiore perché non riesce a capacitarsi della propria limitatezza, ma quando comincia a giudicare da sola la differenza tra bene e male e a darsi una spiegazione razionale di ciò che la circonda e ad accettarsi per quello che è, ecco che le regole ferree e i dogmi della religione iniziano a limitarla impedendole di crescere, così piano piano inizierà a metterla da parte e forse più avanti anche a farla sparire completamente.

Tommaso Marchesi


In questo passo Schopenhauer associa l’umanità al bambino che via via cresce sempre più e la religione al vestito che, essendo sempre più stretto al bambino cresciuto, si strappa. La religione viene qui vista come un qualcosa vincolante, che non si sa adattare al modificarsi dell’umanità, perché troppo concentrata nel far rispettare i propri principi e a non accettare altre vedute oltre la propria.
L’umanità quindi, come il bambino, cresce, matura e affronta nuove esperienze ma la religione sembra voler vincolare questo crescere dell’uomo, impedendogli di vedere e testare qualcos’altro che non sia sé stessa, finendo così per “strapparsi”.
Secondo me con queste parole Schopenhauer accusa direttamente le chiese di non aver larghe vedute, ma di concentrarsi solamente in ciò che è il loro interesse. Si è sempre visto come la morale religiosa creda nei valori sani e soprattutto negli obblighi e nei doveri propri del fedele. Forse la critica che Schopenhauer muove nei confronti della religione è proprio quella di essere troppo legata a questi riti imposti al fedele, il quale si sente soffocato proprio come il bambino si sente soffocare dal vestito troppo stretto.

Nicola Perin


La mentalità della società del 2000 ha subito un profondo cambiamento rispetto a quella del passato. Gli uomini del passato, infatti, erano molto attaccati alla religione, alla Chiesa in quanto non c’erano tv, radio… ma tutto ruotava intorno alla Parola di Dio intesa come verità assoluta.
Domande che da sempre l’ uomo si è posto quali “chi siamo? da dove veniamo? perché sono accaduti determinati fenomeni piuttosto di altri,…?” trovavano risposta solo nella religione poiché Dio rappresentava una sorta di salvezza, un luogo nel quale rifugiarsi nel momento del bisogno.
Ora, invece, queste risposte arrivano dalla scienza con il suo continuo progredire nel corso dei secoli.
Il fatto che “l’ umanità sta stretta nella religione” non significa che l’ uomo di oggi non sia più credente; la religione sta “stretta” perché l’uomo è alla continua ricerca di risposte più tangibili, più concrete cercando di andare oltre i dogmi clericali per giungere a delle conoscenze verificate scientificamente.
Il bambino, a mio parere, sta a rappresentare i nostri antenati che avevano una ferma fiducia nei confronti delle chiese, mentre il  bambino che cresce sta ad indicare l’ uomo desideroso di certezze in quanto la religione, nella società moderna, non è più vista come verità assoluta in cui credere e far riferimento, ma è vista come qualcosa di astratto; di conseguenza, l’ uomo preferisce affidarsi alla scienza definita come una conoscenza esatta e ragionata basata sull’ osservazione, sull’ esperienza e nello studio di essa.

Elisa Azzalin

 

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